lunedì 11 luglio 2016

A ottobre nelle librerie

 
Neripoli, 2010. Un professore universitario, il proprietario di una popolare tv locale e un ricco medico ingaggiano l’architetto portoghese Francis Arrangiau perché progetti un colossale parco tematico finanziato per intero da fondi pubblici. C’è da abbattere la masseria in cui vivono armoniosamente centinaia di lavoratori immigrati e imbastire una ragnatela di carte false.
Antonio è un ispettore del lavoro e Simona un avvocato. Si incontrano, si innamorano, si lasciano. Entrambi, però, e per vie diverse, si ritrovano coinvolti nella battaglia contro il comitato d’affari. Attorno a loro, una principessa araba inseguita da 007 tontoloni, un ricercatore precario e gigolò per sopravvivere, l’ex consigliera del dittatore Ceaușescu, la moglie di un mafioso pentito, un pm geniale, uno psicologo slavo arruffone, energumeni che allontano concorrenti indesiderati dalle aste giudiziarie, oscuri quanto vanitosissimi scrittorini e una immensa, indistinta folla di trentenni plurilaureati che accettano miseri lavori nella comunicazione pur di non emigrare.
Una commedia con un colpo di scena commovente e un finale lieto per raccontare, sullo sfondo di una provincia italiana sfrenatamente libertina, la difficoltà dell’amarsi ai nostri tempi e l’impegno civile come modo per dare un senso duraturo alla propria esistenza e lasciare una traccia di sé.

sabato 26 maggio 2012

Biobibliografia


Livio Romano è nato nel 1968 a Nardò dove vive. Laureato in Giurisprudenza, lavora come insegnante di italiano agli stranieri benché attualmente distaccato presso l'Università del Salento per un Dottorato in Italianistica su Pier Vittorio Tondelli. 
email: livromano@libero.it
Dopo una ininterrotta collaborazione con giornali e riviste locali cominciata nel 1983, nel 1998 è selezionato -da un comitato scientifico composto, fra gli altri, da Edoardo Sanguineti, Giulio Mozzi, Massimo Canalini, Walter Pedullà e Renato Barilli- a partecipare all’undicesima edizione della rassegna di nuove scritture Ricercare a Reggio Emilia durante la quale ottiene i primi significativi riconoscimenti da parte della critica nazionale. Nello stesso anno escono tre suoi racconti su Sporco al sole, a cura di Gaetano Cappelli, Michele Trecca ed Enzo Verrengia, edito da Besa-Books Brothers.
Nel 2000 pubblica per Lindau, Torino il saggio Da dove vengono le storie. Sempre nel 2000 partecipa come delegato italiano alla sezione “scritture” della Biennale Internazionale Giovani Artisti di Torino e pubblica per Einaudi il racconto “Professionale” nell’antologia Disertori. Nel 2001, ancora per Einaudi, esce il romanzo Mistandivò che viene accolto sia dalla critica militante che da quella accademica come la prima rivelazione della narrativa meridionale del nuovo decennio. Il libro è adottato dal Dipartimento di italianistica della New York University, recensito positivamente da tutte le testate giornalistiche italiane, presentato quasi dappertutto in Italia in librerie, centri culturali, facoltà universitarie, rassegne, biblioteche, radio e televisioni. Da uno dei racconti contenuti in Mistandivò viene tratto il soggetto per un episodio del lungometraggio Sale, a cura di Edoardo Winspeare, presentato alla Biennale di Venezia nel 2003.
Nel 2001 scrive, cura, conduce e monta Gli uomini dalla testa di girasole, reportage radiofonico in cinque puntate per Rai Radio 3.
Nel 2002 pubblica per Sironi, Milano il reportage narrativo Porto di mare, vincitore del primo premio Delfino Città di Pisa. Il libro è accolto dal pubblico e dalla critica con lo stesso favore dell’esordio. Nel 2003 scrive il soggetto e la sceneggiatura dell’omonimo episodio contenuto nel lungometraggio A levante, curato da Edoardo Winspeare e presentato al Festival di Berlino.
Nel 2005 è inviato, per il progetto transfrontaliero ARCO, in Bosnia Erzegovina. Dal viaggio nasce Dove non suonano più i fucili, lungo reportage sul panorama culturale bosniaco dopo la guerra civile edito da Big Sur.
Nel frattempo suoi racconti, scritti e prefazioni sono pubblicati in innumerevoli volumi e antologie fra cui Narrative Invaders, a cura di Renato Barilli, Mica male il tuo libro, a cura di Alberto Sebastiani, Dizionario affettivo, a cura di Matteo B. Bianchi, Uomini a Natale per il Bollettino 900 del Dipartimento di italianistica dell’Università di Bologna oltre che su testate quali L’Unità, la Repubblica, Linus, Ulisse, Bridge, Il corriere della sera, Vibrisse, Nazione indiana, l’Immaginazione, Il primo amore, Nuova ecologia, Cool club, L’Impaziente, Alceo.
Nel 2007 pubblica Niente da ridere per i tipi di Marsilio, Venezia. Il romanzo, che adotta una lingua più piana e popolare, è accolto dal pubblico e dalla stampa con entusiasmo ed è presentato in tutta la penisola e recensito favorevolmente dalle principali testate, comprese quelle femminili a larghissima diffusione. Il dipartimento di italianistica della Harvard University invita Romano a presentare il romanzo nel settimanale convivio Espresso Talk. Nel maggio 2012 un brano del romanzo tradotto in inglese è letto dal cantante Brian Kennedy allo Smock Alley Theatre di Dublino con grande successo di pubblico.
Nel 2003, nel 2005, nel 2007, nel 2009 e nel 2011 Romano tiene cicli di conferenze sulla giovane narrativa meridionale nelle principali città elvetiche, a Southampton (Inghilterra), a Gand (Belgio) e Dublino invitato dall’Associazione Professori di Italiano, dalla Dante Alighieri, dall’Università di Basilea, dal Centro Scrittori Irlandesi, dall'Istituto Italiano di Cultura di Dublino.
Nel 2008 scrive cura e conduce per Rai Radio 3 il reportage radiofonico in cinque puntate Diario elementare.
Nel 2009 scrive cura e legge, sempre per Rai Radio 3, il radiodramma in cinque puntate Il fascino mite delle travi di legno con sax tenore.
Dal 2003 collabora regolarmente con le pagine culturali del Corriere del mezzogiorno, inserto del Corriere della sera occupandosi di narrativa italiana, musica e costume giovanile.
Sull’opera di Romano si contano sette tesi di laurea, fra cui una discussa alla Sorbona di Parigi e una all’Università di Bologna. È inserito nella Storia della letteratura italiana di Giulio Ferroni e, come unico vivente, nel trattato Novecento letterario salentino a cura di Donato Valli.
All’attività pubblicistica, dal 2003 ad oggi, Romano affianca seminari, conferenze, interventi in convegni e corsi di Scrittura creativa tenuti in facoltà universitarie, presso associazioni librerie ed editori e nelle scuole dalla primaria ai licei.
Nell'aprile del 2011 ha pubblicato il romanzo Il mare perché corre per Fernandel editore , molto ben accolto dal pubblico e dalla critica e, nel settembre del 2012 è il pamphlet satirico sulla scuola elementare italiana "Diario elementare", Fernandel, Ravenna che è stato adottato dalle Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Aosta e da quella del Salento.
Ancora per Fernandel, il 13 ottobre 2016 è uscito il romanzo "Per troppa luce", commedia grottesca d'amore e impegno civile.

Hanno scritto di Romano:

"[...] viene da chiedersi: non sarà che nella vena espressiva di Livio Romano scorra la prosa d’un gigante della letteratura, Carlo Emilio Gadda?"
Daniela Carmosino, L'Indice dei libri del mese

«Una lingua sorvegliatissima dal registro a volte mirabolante, ben ancorato a un equilibrio espressivo che ha del miracoloso».
Stefano Giovanardi,  la Repubblica

«Romano va in giro col magnetofono per restituirci istantanee di realtà».
 Renato Barilli, Corriere della sera


"Il meglio di questi Disertori [antologia Einaudi] è dato dal gioco comico- ironico del lucano Gaetano Cappelli e del pugliese Livio Romano".
Giulio Ferroni

"Livio Romano ha scritto un libro che iperillumina il lato oscuro della provincia italiana. Gran bel romanzo, sensualmente visionario, realisticamente sensuale. Porta al diapason il genere-commedia: una goduria per i sensi e per la mente".
Gaetano Cappelli su Per troppa luce.

“Romano gioca con la lingua, o meglio con le lingue, le mescola, le trasforma, le deforma, in un divertimento tutto suo da cui però il lettore non viene mai escluso, estraniato; il ritmo della narrazione è talmente serrato e i diversi linguaggi si alternano con una velocità tale da avvilupparlo, imbrigliarlo quasi in questo continuum fatto dell’altalenante passaggio da una lingua all’altra, dell’intarsio infinito di forme e registri, della fluttuante mescidanza di forme narrative. E il piacere ludico che scaturisce dalla magia del racconto contagia tutti, scrittore e lettori.”. “La ricercatezza lessicale e l’eleganza sintattica rappresentano certamente due elementi fondamentali nella costruzione volutamente dicotomica fra letterarietà e varietà medie (e medio-basse) su cui si basa il gioco linguistico di Romano. Sia dal punto di vista strettamente lessicale sia dal punto di vista morfosintattico lo scrittore mostra infatti il richiamo ad un linguaggio ricercato con chiaro intento ludico, soprattutto quando gli inserti alti sono inseriti in contesti assolutamente inattesi…”.  Maria Carosella, La narrativa neodialettale in Puglia. Saggi su Carofiglio, Genisi, Romano, Lopez, Cacucci editore


"Un movimento convulso, ma non per questo un falso movimento".
Roberto Duiz, Alias - Il Manifesto

"La penna di Livio Romano è attenta, accurata e dove occorre anche colorita".
Luca Benedetti, Pulp

«Il suo è un cercare di scrivere con gli occhi, lasciarli parlare, nel tentativo di mantenere uno sguardo incorporato».
New York University literary review


"Livio Romano è un eccellente scrittore. Malmenato dall'editoria, che lo trova troppo difficile, troppo artista, troppo troppo scrittore. I suoi libri meriterrebbero pubblicazioni in pompa magna. Ma l'establishment culturale lo respinge".
Giulio Mozzi

"In questo romanzo civile [Porto di mare] Romano racconta filando via con un piglio che ricorda i reportage di colore tondelliani".
Andrea Bajani, Pulp

















































domenica 26 febbraio 2012

Corso di scrittura creativa

 
Corso di scrittura creativa
condotto da
livio romano
8 incontri
marzo-maggio 2012
informazioni livromano@libero.it
  
PROGRAMMA:
L’incipit: immediatezza, chiarezza e plausibilità.
Scegliere ed affinare la propria voce narrativa, anche prendendo spunto da attacchi di vario genere che il docente proporrà.
Introduzione del concetto di “conflitto” all’interno della storia.
Determinare un’atmosfera.
La determinante scelta della voce narrante e del “tempo della storia” (in medias res, sviluppo orizzontale ecc.).
Lo sviluppo e la trama.
L'extratesto.
Esplicitare il contesto.
Usare i flashback.
Le metonimie.
Show, don't tell
Scrivere il “soggetto” di una storia inserendo dei meccanismi metonimici efficaci e funzionali.
Dieci trucchi per inventare e dieci “cose da non fare” quando si vuole
creare” una storia.
La precisione: un affare di  importanza capitale.
I dialoghi.
La suspense.
I personaggi: alcuni suggerimenti per costruirne di credibili.
La scelta del “punto di vista” e le conseguenze sullo sviluppo della narrazione di questa scelta.
La scrittura “mimetica” e lo stream of consciousness.
L’autobiografia e il diario.
Le storie d’amore.
Le favole.
Tre regole per gestire il plot narrativo: la misura, la credibilità, la diversità dei personaggi.
Revisione ed editing.

CENTRO CULTURALE
STAZIONE ICS

Casa Cantoniera Km. 22 + 694 Ferrovie del Sud Est
Via Sindaco Manieri – Nardò
0833.1860512
338.1905177
339.4006022

mercoledì 18 gennaio 2012

La felicità del testimone, di Elisabetta Liguori

Seguo con grandissima attenzione il lavoro narrativo di Elisabetta Liguori da più di dieci anni. Il fatto che siamo amici non mi esime dall’irrefrenabile impulso di scrivere qualcosa tutte le volte che finisco di leggere un suo nuovo romanzo. Ché poi, si sa, l’amicizia è come un filo. A volte tesissimo, ad annodare, tenere insieme le anime rispettive. Altre volte molle, se non sfilacciato dalle inevitabili delusioni che da che mondo è mondo caratterizzano i rapporti umani –eppure sai che, nonostante quei buchi neri, il tuo amico è là, pronto tu a recuperarlo, pronto lui ad accoglierti di nuovo. Mi dilungo su queste annotazioni poiché i romanzi di Elisabetta Liguori di questo precipuamente parlano: del complicatissimo viluppo dei flussi emotivi che scorre fra gli uomini. È un’assoluta maestra, Elisabetta, per dire, nel mettere in scena le dinamiche della coppia, in particolare di quella coppia la quale vive “sotto lo stesso giogo” (etimologia del “coniugio”). E trovo tutt’oggi insuperato un suo romanzo inedito il quale, son sicuro, prima o poi vedrà la luce e avrà la fortuna che merita. Questo La felicità del testimone, ed. Manni 2012 rappresenta un punto di arrivo sfavillante nel percorso di scrittura dell’autrice. Tutta la narrativa che mi arriva in manoscritto, nonché pressoché tutti i libri degli autori salentini i quali non siano arrivati a pubblicazioni di respiro nazionale (e se vi sono arrivati è attraverso minuscoli editori senza forza industriale, senza capacità di promozione): è sovente materiale dilettantesco, o di un pretenzioso da sfiorare la comicità involontaria, oppure contraddistinto da questo fastidiosissimo lirismo da quattro soldi che fa dire a Rossano Astremo, a ragione: “Il Salento, più che di narrativa, è un luogo di poesia”. Voglio dire che Elisabetta Liguori è una scrittrice vera. Una scrittrice nata. Un’abilissima narratrice. Dotata di consapevolezza letteraria e linguistica altrove introvabili. La sua prosa è controllata, mai debordante, esatta come un laser, curata, raffinatissima. Soprattutto: risente di solide e ingenti letture che contribuiscono negli anni ad affinare la sua già personalissima e potente voce narrativa (lo scrivo anche per contrasto a certi libretti dentro i quali il prosare è faticoso, volendo sembrare artefatto e ricercato finisce per diventare artificioso e, soprattutto, gira e gira su se stesso senza mostrare un bel nulla lì dove è notorio che narrare è solo una questione di show, don’t tell, come disse Mark Twain). Non voglio entrare nella trama di questo nuovo noir (che, a me che nulla so del genere, sembra un altro dei deliziosi non-noir, o noir inutili della Liguori), né voglio parlare dei personaggi. Concetta e Angelo meriterebbero ben altro spazio, tanto son dipinti con maestria superba, e servendosi di pochi essenziali tratti: rare istantanee della loro esistenza che dicono tutto del loro modo di essere e agitarsi nel mondo. Non voglio tirar fuori neppure la testimone-bambina intorno alla quale ruota l’intera vicenda. Ho fatto lo sbaglio di leggere qualche recensione. Gli interpreti son d’accordo nel mettere al centro del romanzo il tema dell’infanzia e della sua fragilità. A me no. A me della Felicità del testimone ha colpito soprattutto la leggerezza, il tocco lievissimo, composto, sorvegliatissimo che l’autrice imprime alla penna quando batte il ritmo, quando uno ad uno fa entrare in scena i protagonisti della storia e li presenta al pubblico con le loro goffaggini, le loro grandezze, i loro tic. Il ritmo. Scheletro portante di una narrazione. In questo romanzo il passo è pressoché perfetto. Neppure un colpo di grancassa è suonato un secondo prima o dopo. E, attenzione, questa lievità espressiva non è mai funzionale alla creazione della suspense, come ci si aspetterebbe da un vero noir. Tutto al contrario, la Liguori tiene il ritmo, briga con personaggi ed eventi, ambienti e sentimenti esclusivamente per far musica, sublime musica narrativa. In parte rinunciando al gusto barocco per la profusione di similitudini e a uno stile a spirale che ha sempre caratterizzato la sua scrittura, questa volta l’autrice ha davanti a sé una grande torta da guarnire. Le spirali di panna che abbozza sul pan di spagna son roselline garbate. Spiraliche, sì. Ma poi la Liguori con la siringa da pasticcera tira su le colonnine di spuma fino a sistemare sopra al suo dolce una circonferenza di meringhe a spire. Ma non solo. Guarnisce pure, le sue torrette. Con spruzzi di humour e prese di distanza dalla materia altrimenti incandescente e, a dirla tutta, insostenibile. Non voglio dire che questo non sia un romanzo di sentimenti, di rappresentazione delle emozioni, a volte anche estreme, che passano da un essere umano a un altro (“Quando ci si ama, ci si parla e basta”, annota l’io narrante, per esempio, a proposito di Concetta e la bambina). E però questo viluppo di emotive apprensioni è abbozzato ma subito dopo immerso dentro a una azione (il correre, il bere un bicchiere con l’amica del cuore Agnese) oppure trascolorato in una sineddoche argutissima che confonde le acque, sposta il fuoco dell’attenzione su qualcosa di sensibilmente avvertibile (“il camoscio”, per esempio, diventa a un certo punto il misterioso picchiatore, e già chiamarlo così vuol dire levargli aura tragica, smettere di prendere sul serio sia lui che l’intera vicenda). Insomma dissento dall’altro mio amico caro Antonio Errico, nonché da Enzo Mansueto. Nessuna pietas. Solo la straordinaria prosa di una scrittrice nata che utilizza gli avvenimenti della realtà per fare monumentali vezzose torte di panna e meringhe, a loro volta parodia dei mausolei di marzapane che si trovano nelle vetrine dei pasticceri di paese.

giovedì 15 dicembre 2011

Pessimisti

"Io sono un illuminista pessimista. Sono, se si vuole, un illuminista che ha imparato la lezione di Hobbes, di De Maistre, di Machiavelli e di Marx. Mi pare, del resto, che l'atteggiamento pessimistico si addica di più che non quello ottimistico all'uomo di ragione. L'ottimismo comporta pur sempre una certa dose d'infatuazione, e l'uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato".

Norberto Bobbio

mercoledì 14 dicembre 2011

La buona narrativa


 “È rarissima la buona narrativa che non sia divertente e ironica, ed è ancora più rara l’ottima narrativa che non sia molto divertente e molto ironica”.